Le fotografie non parlano, non sempre e non per tutti!!!

Solitamente, per apparire eruditi in materia di fotografia si ricorre alle citazioni di grandi fotografi, oramai anch’esse entrare nella storia della fotografia al pari delle loro opere e, in alcuni casi, di aneddoti riguardanti la loro vita privata.

Tra tutti, uno dei più ricorrenti è quello del maestro del sistema zonale Ansel Adams secondo cui “se una fotografia la devi spiegare vuol dire che non è venuta bene”.

In verità, il sottoscritto è molto più affine al pensiero di Jean Keim secondo cui, quando non ricorre l’indispensabile supporto della parola, la fotografia rischia di essere fraintesa…e io aggiungo anche incompresa!!!

Evidentemente, come già è stato fatto notare dal certamente più autorevole e qualificato di me Michele Smargiassi, tra curatori e allestitori di mostre fotografiche (ma non solo) ci sono molti più sostenitori del pensiero di Adams piuttosto che di quello di Keim poichè capita sempre più spesso che le fotografie esposte siano prive di didascalia.

E la cosa è tanto più grave quanto più questa assurda pratica viene applicata anche presso note strutture espositive quali gallerie e musei di fama internazionale, ove la partecipazione dei visitatori è talmente eterogenea che non si può non tenere conto che tra essi vi siano anche persone non propriamente in possesso della cultura adeguata per comprendere ciò che gli viene mostrato.

Alzi la mano chi non è mai entrato in un museo di arte contemporanea e non è rimasto esterrefatto dinanzi a un’opera d’arte concettuale come potrebbe essere, tanto per citarne una che probabilmente oggi tutti conoscono, il famoso cesso di Marcel Duchamp???
A me si!!!

Nel momento in cui scrivo mi trovo ad Amsterdam ove sono stato allo Stedelijk Museum, uno dei musei di arte moderna e contemporanea più importanti al mondo.
Ho visto un enorme quantità di queste opere tra sculture, pitture e installazioni, che farei fatica anche a dovermi inventare una bugia per autoconvincermi di averle capite e apprezzate.
E’ sicuramente un limite dettato dalla mia ignoranza, su questo non ci piove, ma non sono nemmeno stato messo in condizioni di provare a colmarla.
Ho pagato un ingresso di 15 euro senza aver ricevuto ne una brochure ne un’audioguida che illustrasse un percorso da seguire e, cosa più importante, una breve nota informativa sugli artisti e le loro opere esposte.
Eppure la tecnologia oggi offrirebbe anche soluzioni veloci e sicuramente più ecologighe di un foglio di carta come ad esempio il Q-CODE, quel quadratino con il disegno di una specie di labirinto che, puntandoci uno smartphone dotato di apposita applicazione, ti svela il suo contenuto.

Pur tuttavia, la spettacolare mostra antologica del fotografo e cineasta olandese Ed Van Der Elsken  è valsa da sola il costo del biglietto.
Ammetto che non lo conoscevo e che non ne avevo mai sentito parlare o letto da qualche parte, eppure è stato tra i padri della street photography nonchè autore di diversi libri fotografici di successo che ho avuto modo di sfogliare in questa occasione e di cui mi sono già messo alla ricerca su internet per acquistarli.
La mostra è molto bella e offre un’ampia visione della vita personale e artistica di Van Der Elsken però, come si nota dalla fotografia in evidenza (fatta volgarmente con iPhone), centinaia di fotografie sparse per una decina di sale enormi con illegibili didascalie, ove presenti, poste a distanza di qualche metro.
Immaginate cosa vuol dire fare avanti e indietro tra una fotografia attaccata al muro e la sua didascalia attaccata sull’altra parete quando sei nel bel mezzo di un’orda di simpatici giapponesini col loro bastone da selfie pronti a immortalarsi anche mentre calpestano la merda di un piccione??? Ecco, questo è!!!

E da qui si ritorna al discorso iniziale circa l’importanza della “spiegazione” di un’opera esposta.
Non tutti sanno tutto, ma se si vuole diffondere cultura e invogliare alla conoscenza di qualsiasi forma d’arte  allora, secondo me, non basta allestire mostre intineranti di opere d’arte senza fornire una chiave di lettura delle stesse a chi magari nella vita ha altri interessi ma che accoglie di buon grado l’opportunità di trascorrere qualche ora in un museo o in una galleria.

Di segno completamente opposto sono le mostre del World Press Photo che ho visitato già per ben tre volte, da ultimo sempre ad Amsterdam presso la Niewe Kerk in piazza Dam.

Qui ogni fotografia reca un’ampia ed esaustiva didascalia contenente brevi note sull’autore (con tutti i riferimenti per approfondire) e una esaustiva descrizione della fotografia, del contesto in cui è stata realizzata e delle ragioni che hanno spinto il fotografo a farlo (nella foto che segue, anch’essa fatta con iPhone, è riprodotta la splendida serie del fotografo italiano Antonio Gibotta, premiato col secondo posto della categoria Stories del prestigioso premio fotogiornalistico).

gibotts

In conclusione, spiegare una fotografia, sia essa singola che facente parte di una serie coerente, non è un peccato mortale e non inficia la bontà della stessa.
La didascalia non costituisce un semplice elemento accessorio all’immagine ma rappresenta una componente essenziale dell’opera fotografica complessiva, intesa come binomio testo – immagine, che favorisce una migliore comprensione della stessa e quindi da un senso anche alle intenzioni del fotografo.

 

 

 

 

 

 

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